Febbraio 2008


Mercoledì 20 febbraio il Santo Padre ha tenuto l’udienza generale dedicata alla presentazione degli scritti di Sant’Agostino.
Nel citare la l’opera De civitate Dei, ha detto di questo libro: ” è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa.”

[...]Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede.

Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé “sino all’indifferenza per Dio”, e amore di Dio “sino all’indifferenza per sé”, (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di una importanza permanente.[...]

Qui troverete il testo completo: vatican.va

“Tutti i piaceri peggiori sono puramente spirituali: il piacere di mettere il prossimo dalla parte del torto, di tiranneggiare e di guardare dall’alto in basso, di fare il guastafeste e di calunniare; i piaceri del potere e dell’odio. Perché dentro di me ci sono due cose, in gara con l’io umano che devo cercare di diventare: l’io animale e l’io diabolico. L’io diabolico è il peggiore dei due. Ragion per cui un freddo e borioso perbenista che va regolarmente in chiesa può essere molto più vicino all’inferno di una prostituta. Ma è meglio, si capisce, non essere né l’uno né l’altra…” (C.S. Lewis)

Il dito sulla piaga
La nostra Quaresima e la nostra Pasqua non devono limitarsi a giocare con le idee, né accontentarsi dell’acqua di rose.
Devono arrivare fino in fondo, all’acqua col sale del nostro Battesimo.
Questo «convertirsi», che è «morire con Cristo per risuscitare con lui», deve entrare con decisione nel più profondo del nostro essere.
E ci farà male. Se il nostro vecchio Io non sente «male» in Quaresima, è perché non gli abbiamo messo il dito nella piaga. Forse ci siamo accontentati di aver dato un’elemosina o di esserci astenuti da qualche caramella o qualche sigaretta.
Se non ci siamo astenuti dal peccato e dall’egoismo, la Quaresima non è entrata nella radice della nostra personalità. E non vi entrerà neanche la Pasqua.

È dentro che deve scendere la conversione, e non restare sulla superficie.
Celebrare la Quaresima significa guardarsi senza paura nello specchio di Cristo. Mettersi di fronte alle sue esigenze. Paragonare il suo programma e la sua mentalità con la nostra: che cosa manca? che cosa c’è di troppo? (Cfr. José Aldazábal “Quaresima, mistagogia della Pasqua” in “Il cammino della Pasqua”, Libreria Editrice Vaticana)