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(don Paolo Spoladore: Tutti ti cercano)

Gesù risorto non smetterà di darti amore e capacità di amare, anche quando non vorrai più amare e rispettare nessuno, nemmeno te stesso.

Gesù risorto non smetterà di sceglierti anche quando non sceglierai più niente di vitale e luminoso.

Gesù risorto non smetterà di darti vita anche quando non la saprai usare, né la saprai sfruttare per il bene e la luce.

Gesù risorto non smetterà di darti il “camminare” anche quando non avrai più voglia di muoverti.

Gesù risorto non smetterà di abbracciarti anche quando tu non avrai più voglia di abbracciare nessuno.

Gesù risorto non smetterà di darti le stelle anche quando non avrai più voglia di guardare il cielo e di orientarti.

Gesù risorto non smetterà di darti doni anche quando non farai altro che sprecarli tutti.

Gesù risorto non smetterà di darti occasioni e fortune, anche quando non ti accorgerai delle prime e non benedirai le seconde.

Gesù risorto non smetterà di usarti misericordia, anche quando tu farai da giudice ingiusto dei tuoi simili.

Gesù risorto non smetterà di far crescere i fiori, anche quando tu li comprerai di plastica.

Gesù non smetterà di dar luce ai tuoi occhi, anche quando non vorrai vedere nulla con gioia e gratitudine.

Gesù risorto non smetterà di darti le mani, anche quando le userai solo per sfruttare i poveri e gli innocenti.

Gesù risorto non smetterà di darti la capacità di “prendere la mira” anche quando non la userai per cacciare e mangiare, ma solo per uccidere e devastare.

Gesù risorto non smetterà di darti intelligenza, anche quando la userai da sciocco e da superbo.

Gesù risorto non smetterà di darti fiducia, anche quando non l’avrai più nemmeno per te stesso.

Gesù risorto non smetterà di darti speranza, nemmeno quando tutto ti sembrerà brutto.

Gesù risorto non smetterà, non smetterà mai di amarti e di chiederti se non puoi amare anche tu un po’ di più con gioia e verità, per la tua felicità e la pace di tutti.

Gesù risorto non smetterà mai di volerti bene e non potrai impedirglielo. Tu proprio non potrai impedirglielo.

Auguri di una Serena Pasqua

Mercoledì 20 febbraio il Santo Padre ha tenuto l’udienza generale dedicata alla presentazione degli scritti di Sant’Agostino.
Nel citare la l’opera De civitate Dei, ha detto di questo libro: ” è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa.”

[...]Il De civitate Dei – opera imponente e decisiva per lo sviluppo del pensiero politico occidentale e per la teologia cristiana della storia – venne scritto tra il 413 e il 426 in ventidue libri. L’occasione era il sacco di Roma compiuto dai Goti nel 410. Tanti pagani ancora viventi, ma anche molti cristiani, avevano detto: Roma è caduta, adesso il Dio cristiano e gli apostoli non possono proteggere la città. Durante la presenza delle divinità pagane Roma era caput mundi, la grande capitale, e nessuno poteva pensare che sarebbe caduta nelle mani dei nemici. Adesso, con il Dio cristiano, questa grande città non appariva più sicura. Quindi il Dio dei cristiani non proteggeva, non poteva essere il Dio al quale affidarsi. A questa obiezione, che toccava profondamente anche il cuore dei cristiani, risponde sant’Agostino con questa grandiosa opera, il De civitate Dei, chiarendo che cosa dobbiamo aspettarci da Dio e che cosa no, qual è la relazione tra la sfera politica e la sfera della fede, della Chiesa. Anche oggi questo libro è una fonte per definire bene la vera laicità e la competenza della Chiesa, la grande vera speranza che ci dona la fede.

Questo grande libro è una presentazione della storia dell’umanità governata dalla Provvidenza divina, ma attualmente divisa da due amori. E questo è il disegno fondamentale, la sua interpretazione della storia, che è la lotta tra due amori: amore di sé “sino all’indifferenza per Dio”, e amore di Dio “sino all’indifferenza per sé”, (De civitate Dei, XIV, 28), alla piena libertà da sé per gli altri nella luce di Dio. Questo, quindi, è forse il più grande libro di sant’Agostino, di una importanza permanente.[...]

Qui troverete il testo completo: vatican.va

“Tutti i piaceri peggiori sono puramente spirituali: il piacere di mettere il prossimo dalla parte del torto, di tiranneggiare e di guardare dall’alto in basso, di fare il guastafeste e di calunniare; i piaceri del potere e dell’odio. Perché dentro di me ci sono due cose, in gara con l’io umano che devo cercare di diventare: l’io animale e l’io diabolico. L’io diabolico è il peggiore dei due. Ragion per cui un freddo e borioso perbenista che va regolarmente in chiesa può essere molto più vicino all’inferno di una prostituta. Ma è meglio, si capisce, non essere né l’uno né l’altra…” (C.S. Lewis)

Il dito sulla piaga
La nostra Quaresima e la nostra Pasqua non devono limitarsi a giocare con le idee, né accontentarsi dell’acqua di rose.
Devono arrivare fino in fondo, all’acqua col sale del nostro Battesimo.
Questo «convertirsi», che è «morire con Cristo per risuscitare con lui», deve entrare con decisione nel più profondo del nostro essere.
E ci farà male. Se il nostro vecchio Io non sente «male» in Quaresima, è perché non gli abbiamo messo il dito nella piaga. Forse ci siamo accontentati di aver dato un’elemosina o di esserci astenuti da qualche caramella o qualche sigaretta.
Se non ci siamo astenuti dal peccato e dall’egoismo, la Quaresima non è entrata nella radice della nostra personalità. E non vi entrerà neanche la Pasqua.

È dentro che deve scendere la conversione, e non restare sulla superficie.
Celebrare la Quaresima significa guardarsi senza paura nello specchio di Cristo. Mettersi di fronte alle sue esigenze. Paragonare il suo programma e la sua mentalità con la nostra: che cosa manca? che cosa c’è di troppo? (Cfr. José Aldazábal “Quaresima, mistagogia della Pasqua” in “Il cammino della Pasqua”, Libreria Editrice Vaticana)

Articolo de La Stampa del 26.01.2008
Il lenzuolo di lino riapre il suo mistero.
Vittorio Sabadin – TORINO
Christopher Bronk Ramsey, direttore del Radiocarbon Accelerator di Oxford, era poco più di un ragazzino quando gli scienziati del laboratorio nel quale già lavorava cercarono di datare il tessuto della Sindone. Il risultato dell’esame, effettuato nel 1988 con il metodo del carbonio 14, oltre che a Oxford, anche a Tucson e a Zurigo, stabilì che il lenzuolo custodito nel Duomo di Torino non poteva essere quello che aveva avvolto il corpo di Gesù dopo la crocifissione. Il decadimento delle particelle dell’isotopo radioattivo nel tessuto di lino indicava infatti una data tra il 1260 e il 1390, in pieno Medioevo. Ma quell’esame forse era sbagliato. Il dottor Ramsey, il quale passa il suo tempo a datare ossa di dinosauro e uomini di Neanderthal, ha dichiarato in un’intervista alla Bbc, che verrà trasmessa alla vigilia di Pasqua, che i risultati delle rilevazioni dell’88 potrebbero essere messi in discussione dall’evoluzione tecnologica che ha reso nel frattempo più raffinata l’osservazione del carbonio 14. Ad anticipare i contenuti dell’intervista è stato monsignor Giuseppe Ghiberti, presidente della Commissione diocesana per la Sindone di Torino, intervenuto a Novara a un convegno dell’associazione culturale «La nuova Regaldi».Monsignor Ghiberti, che non ha mai avuto bisogno del conforto di esami scientifici per restare impressionato dalla corrispondenza tra il racconto letterario dei Vangeli e l’immagine impressa nel lenzuolo, ha spiegato che il ripensamento del dottor Ramsey è dovuto probabilmente alle stesse ragioni che all’epoca erano state addotte per contestare la datazione medioevale: la Sindone non è arrivata agli scienziati del Novecento in un contenitore sigillato. È stata esposta all’aria, custodita in condizioni che non conosciamo, maneggiata e parzialmente bruciata nell’incendio del 1532 della cattedrale di Chambéry, trasportata dalla Palestina in Francia. Un lungo e tormentato viaggio nei paesi e nei secoli, che può avere contaminato il lenzuolo rendendo l’esame del C14 approssimativo. Lo stesso chimico statunitense Willard Frank Libby, che aveva ideato il metodo e vinto il premio Nobel per questo, aveva sconsigliato di applicarlo alla Sindone. Ramsey avrebbe scoperto che la datazione di una particolare materia organica presente sul lenzuolo varia proprio a seconda delle condizioni in cui è stata custodita, cosa che nell’esame del 1988 era ignota agli scienziati.La Sindone di Torino riapre dunque il suo mistero, che ci accompagna da secoli e sembra non trovare mai una soluzione. Quando il criminologo svizzero Max Frei Sulzer scoprì che sul tessuto di lino sono presenti spore e pollini caratteristici della Palestina venne duramente contestato e accusato di avere manipolato i risultati. «Frei – dice monsignor Ghiberti – era stato straordinariamente preciso. Le spore che aveva individuato erano caratteristiche di una zona che andava da Gerusalemme a una zona limitrofa nel deserto arabico». Se si trattava di un falso medioevale, come l’esame dell’88 aveva affermato, era stato sicuramente molto ben congegnato: il lino è filato e tessuto a mano a spina di pesce e con torcitura in senso orario, una tecnica usata in Medio Oriente ai tempi di Gesù. Sul lenzuolo sono state inoltre trovate fibre di cotone (che all’epoca era coltivato in Egitto e Palestina, ma non in Europa) e nessuna fibra di lana, in osservanza della legge mosaica che nel Deuteronomio (22,11) prescrive di tenere separata la lana dal lino.«Questi sono indizi importanti – afferma monsignor Ghiberti – ma la verità è che nessuno scienziato è riuscito finora a spiegare come sia stato possibile imprimere l’immagine sul lenzuolo. Qualunque ricercatore coscienzioso è costretto ad ammettere che questo è ancora un mistero irrisolto». Ma non è il solo: l’incredibile corrispondenza dei tratti con quella di un corpo crocifisso lascia ancora attoniti tutti gli osservatori, come avvenne nel 1898 quando un fotografo notò per la prima volta che l’immagine impressa in negativo era molto più riconoscibile di quella in positivo. L’uomo della Sindone è un maschio di circa 30 anni, con tratti mediorientali, muscoloso e più alto della media dell’epoca, abituato a lavori manuali. Le tracce di sangue raccontano il suo martirio, l’assenza dei pollici delle mani, ripiegati all’interno, confermano la lesione del nervo mediano, provocata dai chiodi infissi nei polsi.

«Questa visione di sofferenza – afferma monsignor Ghiberti – ci lascia attoniti per due caratteristiche toccanti, che non sono presenti in altri racconti di crocifissioni: la corona di spine e il colpo di lancia inferto a un cadavere, come dimostrato dagli esami del professor Baima Bollone. È l’osservazione di questi particolari confrontata con il racconto del Vangelo di Giovanni ad avermi convinto che ci sono altissime probabilità che nella Sindone si veda proprio il corpo di Cristo».

Adesso bisogna vedere se anche a questa notizia daranno la stessa eco di quella del 1988.
C’è anche da dire che chi eseguì all’epoca i rilievi ricevette un premio di un milione di sterline di allora per aver scoperto “l’inganno”.
Vediamo ora se lo restituiscono.

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